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06/05/2011 136° RIFORMISTA su Riccardo Reim Andrea Di Consoli - L’opera narrativa di Riccardo Reim è il punto di confluenza e di sintesi dei suoi tanti "mestieri": regista teatrale, drammaturgo, attore, poeta, traduttore, curatore di ristampe, autore di antologie, inchiestista underground, saggista, studioso di letteratura italiana ottocentesca, di letteratura inglese e francese, di letterature di genere. E, i suoi tanti «mestieri», entrano in pieno nella sua narrativa, impregnandola di quella che potremmo definire «aura citazionista», o stratificazione di voci. I personaggi di Reim sono sempre, in apparenza, tentativi naturalistici, spesso, addirittura, iper-naturalistici; ma non ci vuole molto a capire che questi personaggi, nel volgere di poche righe, si metamorfizzano e si dilatano - più corretto addirittura sarebbe dire che procedono inesorabilmente verso un processo di gassificazione - diventando voci interiori monologanti, oppure voci sdoppiate o, ancora, voci travestite, comunque inafferrabili, dai confini incerti, volatili. Troppo consapevole della natura aerea e fumosa delle parole, della loro infedeltà libertina, Reim ha spesso gettato nei suoi racconti basi realistiche e da cronaca nuda (non poche volte utilizzando urticanti «linguaggi bassi», solo in parte provenienti da un repertorio pornografico, in realtà più vicini a certe ebbrezze descrittive e oggettive della letteratura erotica francese del Settecento, sulla quale, in passato, Reim ha costruito finanche rifacimenti e imitazioni: si pensi a Lettere libertine, pubblicato una prima volta nel 1982 e, successivamente, ristampato nel 2008), per poi dilatare tutto in un gioco di specchi che deformano le figure, e che quindi diventano appena folate fantasmatiche spostate qua e là dalle loro voci: ora disperate, ora cinguettanti, ora cupe, sempre, comunque, d’inaudita infelicità. I "segnali notturni" di questi racconti (della raccolta Segnali notturni) sono voci e confessioni del sottosuolo romano, gesti liberatori, travestimenti, ossessioni, paranoie, fantasie, ritualismi superstiziosi, sogni, incubi di un’umanità "notturna" che vive passioni fredde, rese di conti identitarie, paradossi, sdoppiamenti. Sono "segnali" di un`umanità che si scopre, nottetempo, immorale e sdoppiata, infelice, marginale, nascosta, irraccontabile, buffa e tragica, in vena di confessioni, sia pure doppie, triple, o senza fondo. Ad accomunare quasi tutti i racconti è l`infelicità della Roma notturna del "battuage" (Ponte Milvio, Villaggio Olimpico, Tor di Quinto, la Villa Borghese dei "mignotti"), quell`estenuante ricerca del piacere che non culmina mai nel godimento, ma solo in un invincibile dramma solitario e nevrotico, ai limiti dello sfinimento, tanto che i personaggi di Reim si addormentano all`alba con addosso ancora una logorante inquietudine, un desiderio implacato che si fa angoscia. E` una Roma in cui più che dominare la violenza emerge l`impossibilità di portare a compimento la propria recita identitaria e erotica, continuamente interrotta da comprimari stanchi e cinici (l`altro è sempre e solo una comparsa), che rendono ogni sortita una mezza sortita, essendo l`altra metà, sempre, ben nascosta in un abitacolo di automobile, o in una casa rassicurante. Più che la storia di alcuni uomini avvitati nella propria solitudine, questi racconti sono un repertorio di ossessioni e di atti compulsivi che esplodono in una Roma notturna in cui tutti stanno in automobile, e girano e rigirano - più che intorno alla città - intorno ai propri fantasmi. Mettendo da parte ogni possibile lettura sociologica dei racconti di Reim - che pure offrirebbe numerosi spunti d`interesse, in specie per certa umanità "postuma" che si logora in un andirivieni febbrile e un po` stravolto, sicuramente infelice - colpisce molto questo saper spingere ora in basso ora in alto il personaggio, questo creargli un controcanto, un doppio, una voce che è sua, ma anche di un osservatore oggettivo che non coincide né con l`autore né con il personaggio. In questo terzo occhio c`è, se vogliamo, l`originalità narrativa di Reim - questa terza voce è un luogo della coscienza narrativa in cui s`intrecciano e si fondono le coscienze dell`autore e quella del personaggio. Per troppo tempo identificato con un`immagine pubblica di intellettuale e "teatrante" scandaloso e irriverente, oppure come frutto del clima maudit della Roma degli anni Settanta - nella quale, comunque, è cresciuto, e della quale ha assorbito l`avanguardia artistica anarchica e libertaria - Reim ci appare oggi come un artista completo e complesso che ha saputo leggere la realtà romana più sotterranea e indicibile arricchendola di una cultura sinestetica e colma di riferimenti, di rimandi e di stratificazioni, e che lo rende, nonostante abbia sempre, per indole, vissuto la ricerca artistica e culturale come qualcosa di molto lontano dall'egemonismo o da un qualsivoglia establishment, uno scrittore totale che ha saputo rinnovarsi anno dopo anno, a differenza di molti suoi compagni di strada, che sono rimasti impigliati e compiaciuti nel cliché del maledettismo romano, di cui Dario Bellezza - via Pasolini - è stato per almeno tre decenni il massimo rappresentante. Probabilmente Segnali notturni ricolloca il "racconto romano" (inteso come sottogenere) su una traiettoria moraviana, dopo la lunga sbornia pasoliniana - dopo anni di "scuola romana" emotiva e viscerale, lentamente il «racconto romano» torna nel suo alveo lucido e "freddo", allontanando l`impeto utopistico o palingenetico di cui è stata a lungo impregnata la letteratura da Roma. Dei personaggi che un tempo fieramente davano e trovavano il piacere e la dannazione sulle strade di Roma, ora rimangono isteriche messe in scena, delitti superstiziosi, frammenti, sogni a occhi aperti, risentimenti solitari, collere, doppiezze, insonnie feroci - e, a terra, carte stracce, riverberi di lampioni mal funzionanti che portano sempre troppo poca luce su questi personaggi bruciati dalla febbre del desiderio, della nevrosi e della solitudine. Di quella grande retorica culturale, politica e letteraria che fu la Roma dei vespasiani e delle borgate, della coralità degli artisti «neo-beat» o dei «ragazzi di vita», della civiltà contadina ancora in bilico sulla civiltà dei consumi, oggi rimangono soltanto tristi, disperati, inconsolabili, insondabili, solitari, ridicoli e dolorosi «segnali notturni». Allegato |
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