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20/12/2013 529° SETTE su Cagnaccio Vittorio Sgarbi - Non so da quanto anni non si vede, e lo percepisco come inedito benché ricordato nella recente biografia di Dario Biagi (Gaffi, 2013), questo Rosario di Cagnaccio di San Pietro, una delle opere religiose, tra le più rare, più notevoli del Novecento. Le dimensioni del dipinto, di esecuzione plastica e vitrea su tavola, sono le stesse (cm.120x100) della coeva L’attesa conservata nella Galleria d’Arte Moderna di Roma (e della quale, recentemente, è apparsa una seconda versione). Entrambe anomale nella pittura di quegli anni, e comunemente registrate nell’ambito del cosiddetto Realismo magico, sono in realtà in perfetta corrispondenza con il clima della Neue Sachlichkeit, in particolare con Christian Schad e Rudolf Schlichter, ma con una declinazione più umana e, direi, cristina. Riferendosi alle opere di questo tempo Biagi scrive: «La vena populistica di Cagnaccio è apparentabile con l’ala più radicale della Nuova Oggettività tedesca, ma solo nei temi, non nella carica di denuncia. Cagnaccio non deforma, non esaspera; rifugge lo sberleffo, l’irrisione, la caricatura… s’aggrappa ancor più agli affetti domestici, all’ispirazione religiosa, alla sua inveterata mistica degli umili e degli innocenti: svolta di cui gli dà prontamente atto l’Osservatore Romano. Nel recensire una sua personale triestina all’inizio del ’36, l’organo vaticano decreta: “L’arte del pittore rispecchia il suo passato risanato, i suoi intendimenti nuovi, il suo atto di fede nel Dio onnipotente”». Cagnaccio, nome d’arte di Natalino Bentivoglio Scarpa, nacque a Desenzano nel 1897 e, fino a dieci anni, visse a San Pietro in Volta, un’isola dell’estuario di Venezia, come “figlio di pescatori”. Allievo, a Venezia, di Ettore Tito, di sé scrisse, proprio negli anni del Rosario e de L’attesa: «Mia scuola e mio maestro: la natura. E senza il più piccolo patrimonio, e senza il più piccolo dono all’infuori di quello datomi dalla natura, imparai ogni cosa a mie spese. Il male l’ho conosciuto così bene da scontarlo con rimorso. E il bene col fortificarmi ed elevarmi nello spirito». Il Rosario, datato 1932-34 apparve alla Biennale di Venezia del 1934, e alla Quadriennale di Roma del 1935; e ancora, nel 1936, alla Galleria Trieste; da allora non è stato più esposto. Ho avuto l’opportunità di vederlo insieme a monsignor Luigi Negri, pio vescovo di Ferrara, con altri quadri di soggetto religioso, anche antichi. E ho registrato la più viva e partecipe emozione del prelato proprio davanti al dipinto di Cagnaccio nel quale non è rappresentato alcun personaggio religioso. Vi è, bensì, una donna anziana vestita di nero, con i due nipoti e la loro madre, dagli occhi sbarrrati, davanti al mare. I modelli del pittore sono la suocera, i figli e la moglie Mimma. Silenzio assordante. Il cielo è una striscia azzurra. La donna, con lo sguardo dolente, si appoggia a una sedia impagliata, inclinandola come un provvisorio inginocchiatoio. Nella mano, contando le Ave Maria, tiene il rosario. Prega perché il mare le restituisca il figlio, non portandoglielo via come certamente fece, in tempi lontani, con il marito. E quella preghiera è un coro, muto. Un coro degli ultimi. Immoti. Attoniti. Dolenti. Da quelle figure davanti al mare sale un silenzio assordante. Un dolore e una speranza. Impossibile non intenderne lo spirito religioso. La fede in un Dio che non risponde. La speranza come grazia. In tutta la pittura del Novecento, e soprattutto durante il fascismo, con l’esaltazione della forza e anche del dolore eroico, nessuna opera ha mostrato una così intensa e umile e disarmata verità religiosa, la cui integrità si specchia nella forma, solida, intatta, inscalfibile, come la fede in Dio della donna che attende con la nuora e con i bambini, in un’atmosfera sospesa. Il destino vien dal mare. Ovvero la volontà di Dio.
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