01/09/2011
164 POESIA su Anna Cascella Luciani

Marco Vitale - Una breve scheda informativa, un’opera omnia di quasi 750 pagine, un recensore nei guai. Partiamo da qui. Da questa impressionante restitutio (nelle più varie accezioni del termine) cui l’autrice ha lavorato per più di un anno con costanza di scrupolo e amore di esattezza, consegnando al lettore un corpus poetico di circa quarant`anni. Una poesia d`amore la cifra più vistosa -, una poesia dei modi piani e della cantabilità, ma non estranea a cortocircuiti verbali talora vertiginosi. Estranea alle mode di vario segno, questo sì, per una fedeltà senza condizioni che ha fatto parlare di “immobilità”. Ma immobile non fu detta da taluno anche la poesia di Sandro Penna? E se mai, quale immobilità? Ecco, Sandro Penna, e non discosti Umberto Saba, Giorgio Caproni, costituiscono la luminosa lezione di poesia cui l`autrice (romana e pescarese) non si è sottratta, legandola a una frequentazione di prima mano della cultura letteraria anglosassone e degli autori latini dell’età aurea, in Primo luogo Catullo. E basterebbe questo breve (e incompletissimo) reticolo di riferimenti per intuire di quali increspature, e fratture, e linee di faglia si alimenti tale pretesa immobilità. Stesso discorso per la cantabilità, come dire “la grazia, l’acredine, la velocità a un tempo delusiva, scettica e appassionata” che incantarono Fortini, e che caratterizzano le prime tre grandi raccolte – solo oggi compiutamente edite – dell’autrice. Siamo di fronte cioè, in questo caso, a quella che è stata definita (Massimo Onofri, nel denso saggio introduttivo) una poesia della gioia, piuttosto che del piacere di vivere, ma di una gioia da cui non è lecito alimentare illusioni. La stessa metrica, incardinata di preferenza nel verso breve, sta lì a suggerircelo, mediante un uso accorto delle pause e in definitiva della sprezzatura e dell’ironia. Così, per fare solo un esempio, una quartina di limpidezza metastasiana può esserne internamente incrinata, lavorata come segue: “ah, i miei dolci / sentimenti fanno / chiasso fan paura / son strumenti / di tortura sono / simili a tormenti”. Lo spiazzamento, funzionale alle accensioni di senso, che la misura di Cascella Luciani provoca nel lettore (e nell’ascoltatore, come testimoniano i suoi reading), si pone allora come una costante cui questa poesia non è mai venuta meno, costituendo anzi un elemento di raccordo tra la sua prima e la sua seconda fase, a datare almeno dalla raccolta che ha per (significativo) titolo Tutte le oscurità del verde (1996-2005). E che, nella sezione omonima, comincia con questi versi: “nel gelo che perdura / scrivo una poesia - / perduta anima / mia calore divaricato / su fiato e malattia - / amore derubato - / giallo di giunchiglia / profumo che ritorna - / diaspro - tempio - forma - ”. Così la perfezione della poesia dell’amore e del mal d’amore inclina - sono ormai gli anni Novanta - al chiaroscuro della riflessione, la sensualità a tratti bruciante delle prime raccolte cede al disegno prospettico, al pensiero, al tema, classicamente inteso, del distacco. Lo sguardo si muove in più direzioni, siano esse del mito o dell’osservazione naturale, di un passato familiare o civile, nel segno amato della “Roma di Pasolini / e Moravia di Bertolucci / e Caproni di Cardarelli / e di Palazzeschi la Roma / che fu e che più non esiste / la Roma di icone di morti / Amelia - Luciana - Frezza... ”. Quanto rinvia a un presente inospite cui la poesia si oppone, inevitabilmente, con la sua luce e la sua esattezza.



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