16/06/2009
11 STAMPA su Simon Gray

Osvaldo Guerrieri - Se non siete irriducibilmente anglofili, non cercate di ricordare come, dove e quando vi siete imbattuti in Simon Gray. Questo spirito bizzarro, tanto ironico da sfiorare il cinismo, da noi è un Signor Nessuno. Non così in Inghilterra, dove Gray è stranoto come drammaturgo, narratore e autore cine-radio-televisivo. A quasi un anno dalla morte, avvenuta l’8 agosto 2008 all’età di 74 anni, Gray ha intrapreso la sua conquista postuma d’Italia con un libro, Senza Filtri (Gaffi editore, pp. 360, €14), che, travestito da diario senza date, uno dei suoi Smoking Diaries, non è solo un autoritratto amaro e nervoso, ma anche la fotografia di un’epoca.
Gray è vissuto in due modi: scrivendo e fumando senza rimorso una sessantina di sigarette al giorno. Diceva: «nella mia mano sinistra, tenuta tra l’indice e il medio, c’e una sigaretta. Ma naturalmente fumo con la destra quando non è occupata dalla penna. Dunque mi sto uccidendo con entrambe le mani, anche se, sono lieto di poterlo dire, non contemporaneamente». Nelle pagine iniziali del diario Harold Pinter annuncia all’amico di avere un tumore; nelle ultime a Gray viene diagnosticato un «piccolo cancro». Nello spazio tra le due malattie c’è il terremoto narrativo. 
Gray aggancia ricordi e incontri, indugia sulle felici bevute d’una volta (tre bottiglie di Veuve Clicquot al giorno), s’infuria, s’intenerisce. Confessa l’amicizia indistruttibile per Pinter, regista di molte delle sue trenta commedie. Infierisce sul poeta Auden: «gli piaceva togliersi le caccole dal naso e mangiarsele di fronte a tutti». Ricorda una vacanza alle Barbados, quando era ormai incapace di trarre piacere da quel lusso démodé e anzi s’immalinconiva osservando i turisti così vecchi e così patetici. Nel decadimento che lo assediava, lui riempiva i fogli gialli dei suoi taccuini e lo stesso farà nelle notti insonni di un disastroso soggiorno in Liguria. 
Ma Gray ci consegna anche guizzi irresistibili. Per esempio raccontando la sua scoperta dell’erotismo attraverso i romanzetti sporcaccioni di Hank janson, descrivendo gli amori extraconiugali di suo padre medico, oppure illustrando il ruolo delle emorroidi nelle vicende della Storia, con riferimenti a Richelieu e a Napoleone. Il vertice del sarcasmo surreale va a Gary Cooper. Interpretò Mezzogiorno di fuoco nella tenaglia di quel disturbo. Sulle prime il film fu un disastro: un western involontariamente comico trasformato in capolavoro dal rimontaggio deciso dal produttore dopo le agghiaccianti proiezioni in provincia. Non si finirebbe di citare. Abbiamo a che fare con un libro-matrioska, soprattutto con un mutevole autoritratto che la bella introduzione di Nicola Fano sembra collocare nel fumo perenne di una sigaretta.